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giovedì 27 marzo 2014

Essere o non essere. Il romanzo di una settimana di vacanza a Diamante



Stupiti da un invito così pregno di significato, come il fare i padrini al battesimo di una coppia di persone conosciute da solo un anno, siamo arrivati a Diamante con tutta la famiglia in un già tiepido fine inverno. Dal finestrino dell'aereo lucide arance appese ai loro alberi e limoni gialli come il sole, e fiori di pesco ed erba verde. Poi il sorriso della gente, mai infastidita dal traffico ne dalla fretta è stato subito corroborante per chi come noi arriva dalla gelida, perfida Albione. Sono a casa mi son detto perché anch'io originario dell'altra sponda italica del belpaese, Gallipoli, so cosa vuol dire esser nato nel Paradiso Terrestre. E' essere.

Io, lo scrivente, quale padre di famiglia anch'io in fuga dall'Italia, quando sono atterrato a Lamezia, altro non ho potuto fare che constatare il quartomondismo dello scalo calabro, in netta contraddizione con quello che troneggia sul palafittone aeroportuale: AEREOPORTO INTERNAZIONALE DI LAMEZIA, cioè disorganizzazione, improvvisazione, bagni sporchi e quant'altro uno stridente contrasto con l'efficienza inglese, una stupidaggine per chi potrebbe fare turismo almeno otto mesi all'anno in una natura così meravigliosa, locum dei per le sue montagne oggi ancora innevate che sorvegliano il mare azzurro quanto il cielo quasi fossero sentinelle.

La strada per Diamante è lunga, cosparsa di cassonetti dell'immondizia ricoperti per metri e quintali di spazzatura riversa a terra, le costruzioni sono distese lungo la statale alla rinfusa, soffocate tra le montagne e la ferrovia; brutte, corrose, in quello stile vetero modernista figlio della peggior cultura urbanistica dettata dalla politica devastativa degli anni 70-80. Non essere in sintonia con la bellezza, soprattutto con questo lembo di Magna Grecia è come uscire per andare al San Carlo vestito di stracci. E' non essere.

Arrivati a Diamante mi torna il sorriso della cordialità dei calabri, ospitali, gentili, colloquiali. Poi questa meravigliosa cittadina abbarbicata ad uno sperone di roccia, sulle rive del torrente Corvino, un vivido suono di acqua che proprio all'imbocco del centro storico si getta nel mare in uno scroscio da ultima cascatella che si confonde con il rumore delle onde salate. Poi gli uomini fieri e consumati dal mare proprio come nella mia città, e le donne, meravigliose sculture viventi del sole, coi loro lunghi capelli neri e i profondi imperscrutabili occhi: Esser nato a Diamante è una vera fortuna, ho pensato. Essere.

Bagni pubblici chiusi, feci di cani un po' ovunque, parcheggi a “non pagamento” perché sotto elezioni, poi quel braccio di mare sacrificato ad inesistente porto scempio del recente passato e presente amministrativo. E i murales, simbolo di questo Paese? Abbandonati a sé stessi, scalfiti della salsedine e dall’opera fisiologica di qualche piccione. Certo, di arte si è sempre detto che non si vive; ma io, che vivo in Inghilterra, ricordo di aver letto cosa disse Winston Churchill quando di fronte alle spese di guerra gli fu chiesto di tagliare le spese per l'arte. Rispose: “Allora per cosa stiamo combattendo?” Non essere innamorati della legalità e della bellezza è...non essere.

E' periodo di elezioni, essere Diamantesi è un po' come essere eroi greci, così da quel balcone, in un curioso quanto battagliero comizio – anche questo roba genuina d'un tempo che fu - un gruppo di ragazzi raccontava cosa avrebbe fatto per tornare ad essere i discendenti di Ulisse ma senza i toni aulici delle tragedia greca, concretamente, sostituendo lampadine a basso consumo o riconvertendo un vetusto edificio in una biblioteca ed una palestra. Non sotto l'egida di una bandiera di Partito ma di un...Movimento culturale. Che bello, un Movimento...culturale. Questo si che è essere.

Finita la breve vacanza e ripercorrendo la stessa strada ritrovando tutto come prima,  riprendendo lo stesso volo con gli amici con cui abbiamo stretto qualcosa di così forte come questa amicizia cementata dal vivere soli e lontani dalla nostra terra, da emigranti, ci siamo guardati senza parole. Queste non uscivano, neppure le più banali, neppure le più consuete, ne le più ordinarie ma io so che i lemmi si stavano vestendo di lacrime e come fiumi carsici scorrevano dentro di noi.

Dopo la generazione dei nostri padri, emigrata per fame, adesso toccava a noi figli partire di nuovo, con la consapevolezza che quei sacrifici venivano ancora una volta vanificati da una classe politica individualista e con scarsa attenzione ai bisogni di chi il territorio lo vive davvero. In quei profondi solchi di tristezza scavati nei nostri cuori restava il ricordo dei tanti che con più coraggio rimangono a lottare qui in questa terra di imposta miseria. Non è giusto imperare alla fuga dei cervelli, noi torniamo da sua maestà Shakespeare per far studiare l'Amleto ai nostri figli ma vi prego, dignitoso popolo di Calabria, del Sud, siate, siate anche per noi che andiamo dove essere è consuetudine di democratico living. Conserviamo sempre la terra di origine nel cuore, e non vi faremo mancare il nostro appoggio, ne la nostra esperienza maturata in luoghi dove il vivere civile è norma.

Sant'Agostino diceva che il male è non essere...voi siate, e lasciate che non sia chi, pur essendo nato nel nostro sud, o sieda alla scrivania di una multinazionale del nord, ignora addirittura l'essere e il non essere.

Senza saperlo sta morendo anch'egli soffocato tra quelle splendide montagne e quel meraviglioso mare, sta morendo in quei cassonetti della spazzatura sparsi sulla Tirrenica Inferiore e con lui moriranno i suoi figli e il suo malvagio pensiero.

Essere o non essere, questo è il dilemma...siate, siamo, saremo

Luca E., marzo 2014